Dichiarazione di fede
Perché scrivere una dichiarazione?
Perché siamo certi che questo impegno di essere chiesa con qualcuno debba essere chiaro e trasparente. E anche se alla fine tutti cerchiamo di vivere nella Via dello Spirito secondo la parola, siamo tutti a un punto di questo cammino, e in questo luogo condividiamo ciò che vediamo in Lui in questo momento, e questa visione può essere espressa in modi diversi, e anche se il desiderio può essere lo stesso, viverlo nella vita quotidiana offre grandi opportunità di divergenze e proprio per questo presentiamo di seguito i pilastri di ciò che discerniamo essere le fondamenta per vivere questo desiderio in modo comunitario, avendo in comune la stessa fede e lo stesso Spirito.
Amare e amare
Gesù gli disse: «“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».
Vangelo secondo Matteo 22:37-40
Amare è l’essenza del Regno annunciato dai profeti, manifestato da Gesù e rivelato dallo Spirito Santo attraverso la chiesa sulla terra. Senza amore, l’Amore, nulla ha valore. È la pietra angolare della vita comunitaria. Il metallo prezioso che resiste alle prove, il legame perfetto che unisce i diversi. È l’invito quotidiano e la forza motrice per vivere nel modo eccellente il comandamento più importante secondo le Scritture, scoprendo insieme la grandezza, l’altezza e la profondità di questa espressione della natura del Padre, rivelata nel Figlio attraverso lo Spirito Santo.
Quando pensiamo alla vita della chiesa, è indissociabile la ricerca permanente della comprensione e della pratica di ciò che è realmente l’amore e di come esso si manifesta in modo reale nella vita quotidiana del corpo di Cristo. Questo desiderio è il carburante del rapporto con il Signore, dello sviluppo della vita interiore di intimità e maturità spirituale, è ciò che ci porta ogni giorno a conoscerLo attraverso una vita di devozione e santificazione, e allo stesso tempo ci rafforza quotidianamente nell’esprimere questa conoscenza nelle nostre azioni.
Amando il nostro Dio e Padre, ci viene presentato il fatto che siamo stati amati per primi, e più approfondiamo questa relazione, più ci viene rivelata la dimensione della misericordia ricevuta e della grazia che ci incoraggia giorno dopo giorno nella comprensione dell’amore, e da quel momento siamo spinti ad amare ancora di più il Signore e i nostri fratelli.
L’amore è traboccante, e amare è la dinamica della vita dell’Amore. Inizia in un cuore spezzato e pentito, e trabocca in tutte le dimensioni dell’esistenza dell’individuo raggiunto dall’amore. L’amore trasforma vite, matrimoni, famiglie, relazioni, comunità, città e nazioni.
L’amore ama e trasforma le persone, e le persone amano e trasformano il mondo. Amare era la missione del Figlio, amare è la missione della chiesa. Un compito impossibile da compiere da soli, abbiamo bisogno gli uni degli altri per amare, ed è in questa relazione viva e intenzionale con il Signore e i nostri fratelli che diventiamo come Lui, l’espressione visibile del Dio invisibile che è Amore, ed è nell’atto di amare che il verbo amore è coniugato nella carne del corpo di Cristo, la chiesa.
Il ruolo protagonista dello Spirito Santo
Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge. Quelli che sono di Cristo {Gesù} hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito.
Lettera ai Galati 5:16, 18, 24-25
Se osserviamo attentamente la chiesa dei primi tempi, nella prima predicazione identifichiamo subito il ruolo protagonista dello Spirito Santo nella vita del corpo di Cristo. Subito dopo l’effusione dello Spirito Santo durante la festa di Pentecoste, quegli uomini traboccanti dello Spirito vivono una realtà totalmente diversa e peculiare. Pieni della vita di Dio nei loro cuori, il Regno si manifesta in modo tale che la gioia di essere nello Spirito Santo viene confusa con l’ubriachezza, e di fronte a tale scenario, Pietro, uno dei leader del gruppo, si alza come una voce profetica e presenta la testimonianza di Gesù con autorità e potenza, al punto che alla fine del messaggio gli uomini che fino ad allora li vedevano come ubriachi, sono gli stessi a chiedere: cosa dobbiamo fare?
In quel momento l’apostolo indica una via, il pentimento, e dopo questo passo di fede, la confessione pubblica attraverso il battesimo nel nome di Gesù. Ma poi conclude con la risposta del Padre al movimento dell’uomo, il dono, il dono inestimabile di ricevere nei nostri cuori lo stesso Spirito del nostro Signore. È a partire da questo punto, riconoscendo, confessando e rinunciando alla realtà dell’uomo naturale e alla sua morte spirituale, che lo stesso uomo riceve il dono della vita, la nascita nello spirito, per vivere secondo lo Spirito, ed essere così uno con Gesù, il capo, e uno con i fratelli, il corpo.
Natura biblica
Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era.
Lettera di Giacomo 1:22-24
La parola di Dio ispirata dallo Spirito Santo è la testimonianza divina e immutabile, custodita nel cuore degli uomini timorati di Dio nel corso della storia, che indicano la rivelazione della natura, il DNA, di Gesù. Dal principio in Genesi al tempo della restaurazione di tutte le cose nell’Apocalisse, gli attributi invisibili di Dio presenti nella creazione sono rivelati in Cristo Gesù attraverso la legge, i profeti e la sua incarnazione, morte e risurrezione, e dopo la discesa dello Spirito Santo, della chiesa, il Suo corpo.
In questo contesto storico, pieno di amore, misericordia e potere, vediamo nella Bibbia la testimonianza del carattere e della persona divina di Gesù e, attraverso di Lui, il primogenito di molti fratelli, della nostra stessa natura. Guardare a Cristo, la manifestazione della sua presenza nella storia dell’uomo, le sue azioni e reazioni, il suo modo di vedere e di guardare il mondo, il suo rapporto di amore e compassione con l’umanità, il potere che emana dai suoi occhi e dalle sue parole, l’esempio vivente, l’incarnazione del verbo, l’espressione esatta del Padre, tutti gli aspetti di questa persona parlano di una natura divina, che si è espressa e si esprime ancora sulla terra attraverso il potere dello Spirito che in modo soprannaturale fluisce da Lui e converge in Lui, e parla anche attraverso la chiesa, il suo corpo glorioso sulla terra.
Comprendere che la Bibbia non è un manuale di regole o solo un libro che racconta la storia millenaria di un popolo è essenziale per la nostra maturazione come individui e come comunità. Discernere la testimonianza biblica della natura di Gesù attraverso la rivelazione dello Spirito Santo è la base per conoscere la nostra stessa natura in Cristo, ed è a partire da questo fondamento che siamo in grado di camminare sulla terra senza appartenere ad essa, come Gesù stesso ha fatto nel suo tempo incarnato.
Tale comprensione, al posto della visione legalista e del desiderio di trasformazione morale al di sopra del frutto spirituale, richiede alla chiesa un luogo di interpretazione rivelata delle Scritture e permette all’individuo che si relaziona con essa un incontro con se stesso attraverso Cristo, primogenito di questa natura presentato nella parola dalla testimonianza del Suo Spirito nei nostri cuori.
Da questo punto di vista, conoscere Gesù trascende la comprensione pedagogica umana, che parla di una conoscenza esterna all’uomo, ma presenta una teologia che non è più uno studio limitato di Dio in una logica retorica di comprensione, dove il conoscere non si preoccupa di farlo a distanza, ma punta piuttosto a una conoscenza teologica che indica una teofania del Dio stesso conosciuto e manifestato nel corpo di colui che lo conosce.
Quando quest’uomo che cerca non una conoscenza intellettuale, ma spirituale, discerne nello Spirito che la Bibbia parla di Cristo ma anche di se stesso, come in uno specchio, colui che ha la sua natura rivelata è chiamato a vivere e a praticare secondo ciò che vede. In questo luogo la vita guidata dallo Spirito si manifesta attraverso i frutti come conseguenza di una natura rivelata, e non come obiettivo, dove l’essere precede e origina il fare, e tutti indicano Gesù, rendendolo manifesto al mondo, non per la legge, ma per il potere dello Spirito che si manifesta nei frutti dei cuori traboccanti.
Consapevolezza missionaria
E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente».
Vangelo secondo Matteo 28:18-20
Un altro aspetto importante della realtà cristiana si basa sul concetto di una vita terrena fondata su una missione, ed essere consapevoli e chiari di questo fatto è fondamentale per la maturazione personale e collettiva, ma anche per il raggiungimento dell’obiettivo missionario della chiesa edificata sui fondamenti apostolici e profetici.
Quando pensiamo a una chiesa apostolica, dobbiamo comprendere nella sua essenza che questo termine non è un’etichetta priva di significato che indica solo una mentalità o un pensiero metodologico su come la chiesa come istituzione si muove sulla terra. Ma prima di tutto, essere apostolica significa essere inviati nel mondo per una missione profetica di testimoniare la persona di Gesù, sottomessi alla sua missione, sotto lo stesso comandamento e scopo d’amore con cui il Padre, amando il mondo, invia suo Figlio. La chiesa, come corpo di Cristo, nata e rivelata nella sua natura, vive anch’essa per lo stesso scopo.
Questa condizione promuove nella vita della chiesa un atteggiamento interiore attivo e dinamico di salvezza, trasformazione, sviluppo e maturazione del carattere di Cristo, ma anche esteriore, dove lo stesso dinamismo si muove attivamente al di fuori dei suoi limiti geografici, raggiungendo in modo dimensionale famiglie, quartieri, città, paesi fino a raggiungere il mondo intero come sfera di influenza. Sia a livello individuale che della comunità di fede, dobbiamo avere la coscienza risvegliata a questa realtà ed essere attenti alla volontà del Signore rivelata attraverso il Suo Spirito agli uomini e testimoniata nel corpo comunitario chiamato chiesa. Se nel contesto personale e collettivo questa cultura non viene presentata, ricercata e incoraggiata, ciò che vedremo nella nostra vita ecclesiale quotidiana sarà simile a ciò che il profeta Geremia chiamò cisterne rotte, incrinate, il cui contenuto si perde in se stesso.
Le comunità che non hanno chiarezza sulla loro natura e sulla loro missione si perdono nelle preoccupazioni e nei piaceri quotidiani e vivono generando risposte alle proprie esigenze di convivenza e non più alla piena volontà del Signore. Questa vocazione espansiva della Chiesa, che per molti può sembrare un rischio, o addirittura un controsenso, dato che nella logica del mondo questa salute dovrebbe condurci alla solidificazione di questo gruppo, nel pensiero del Regno, ciò che sarebbe la via più sicura è il nostro grande rischio. Un corpo senza movimento atrofizza i suoi membri e genera strutture sempre più rigide che impediscono il suo cammino verso il soffio del vento dello Spirito.
Come tutto nella creazione ha bisogno di essere nutrito per mantenersi, la nostra cultura locale ha bisogno di mantenere vivo nella sua quotidianità questo ambiente di dipendenza dal Signore e di interdipendenza tra i fratelli, ma anche di disponibilità e disposizione ad ascoltare la reazione del Creatore al grido della creazione quando dice: Chi manderò? La nostra risposta come chiesa deve essere: Manda me, mandaci. E questo invio può essere verso un’altra casa nel quartiere, una scuola o un’università, uno stato vicino o una nazione lontana. La distanza del trasferimento non è sotto il nostro controllo, ma dobbiamo essere pronti a rispondere alla chiamata, indipendentemente dal punto geografico che essa indica.
Insegnamento relazionale
Essi parteciparono per un anno intero alle riunioni della chiesa e istruirono un gran numero di persone; ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani.
Atti degli Apostoli 11:26
Durante i suoi anni di ministero, Gesù scelse e separò un gruppo di uomini per insegnare loro nella pratica, attraverso il proprio esempio, quale fosse la vera vita pianificata dal Padre per tutta l’umanità. In quel periodo in cui furono insieme, essi poterono seguire da vicino e in modo intimo quali fossero le azioni, ma più ancora le reazioni che l’amore incarnato presentava in tutte le circostanze.
Camminando con Lui per le strade di Gerusalemme, Samaria e tutta la Galilea, percorrendo le montagne e i campi, e incontrando persone ricche e povere, bisognose e benestanti, questi discepoli di Cristo poterono vedere il cuore di Gesù manifestarsi in ogni nuova situazione. Ascoltavano gli insegnamenti rivolti al pubblico, ne chiedevano il significato, indagavano su tutto e talvolta venivano anche interrogati. Con il passare dei giorni, la vicinanza permetteva loro di essere battezzati, immersi nella vita del Padre, rivelata nel Figlio attraverso lo Spirito Santo.
Il modo di insegnare di Gesù era di per sé un esempio di come dovevano seguire il comandamento «andate e fate discepoli». Per loro, la direzione non era qualcosa di lontano o sconosciuto, erano discepoli e vedevano nella pratica come fare discepoli. Capivano attraverso ciò che avevano vissuto cosa fosse il battesimo, erano stati immersi nella realtà del Regno e vi erano rimasti fino al punto che quella era diventata la loro realtà.
Avevano trascorso del tempo con Gesù, avevano contemplato il verbo vivente camminando per le strade, avevano visto il percorso interiore che aveva preceduto la sua morte, ma erano anche lì per testimoniare la sua resurrezione e la successiva ascensione. Questo era anche un requisito fondamentale per la scelta del dodicesimo, il sostituto di Giuda Iscariota. Per gli apostoli era chiara la metodologia di formazione dei discepoli: la relazione.
Trascorrendo del tempo insieme, ciò che era fuori cominciò ad entrare nei loro cuori, a partire dalle relazioni quotidiane, spesso semplici come la preparazione di un pasto o lo spostamento da una regione all’altra, tutte le opportunità divennero preziose, sul monte, nel tempio, a tavola o lungo la strada. Ovunque imparavano da Gesù e questa era la realtà che la comunità cominciò a vivere fin dai suoi primi giorni. Stare insieme era il principio, e ciò che sarebbe accaduto in quel periodo è il punto di riferimento delle attività di una chiesa viva.
Insieme pregavano e adoravano Dio, servivano il Signore, ascoltavano la Sua voce e si muovevano nella direzione in cui soffiava il vento, sia nel cortile del tempio, sia sul terrazzo, di casa in casa o sulla strada per una città vicina. Spezzando il pane o dialogando su un insegnamento presentato dagli apostoli. Condividendo gioie e necessità, vivendo l’ordinario in unità nello Spirito Santo, vivevano lo straordinario. E così la buona novella del Regno si presentava di cuore in cuore, influenzando famiglie, città e nazioni. In modo semplice, senza grandi strutture fisiche e tecnologiche, dipendendo solo dal traboccare dello Spirito Santo nelle relazioni, hanno scosso il mondo, che vedeva nei discepoli l’immagine del loro maestro, e così furono chiamati cristiani.
Discepolato cristocentrico
Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi.
Lettera ai Filippesi 4:9
Il modo in cui gli apostoli hanno compreso il comando di fare discepoli è un punto molto importante per i nostri giorni. Seguendo lo scopo missionario di essere chiesa, abbiamo fin dall’inizio come elemento chiave la formazione dei discepoli, ma il punto è: discepoli di chi? La risposta a questa domanda è la base per realizzare la missione in modo integro e in linea con la volontà del Signore.
Quando guardiamo alla chiesa di Antiochia e vediamo il riconoscimento dei discepoli come “cristiani”, possiamo vedere nel risultato raggiunto l’obiettivo primario del compito proposto. Da questa constatazione vediamo che l’obiettivo della chiesa è sempre stato e continua ad essere la rivelazione della natura del Figlio nei figli. L’essenza del discepolato è fare in modo che, man mano che si sviluppa nei figli di Dio, nati nello Spirito, essi presentino le caratteristiche di vita del primogenito di molti fratelli, Cristo.
Come chiesa missionaria, abbiamo il compito intenzionale di edificarci a vicenda verso la maturità di Gesù rivelata in noi. L’obiettivo di questo processo non è quello di costruire un tipo di modello o sottocultura locale, né tantomeno una discendenza più o meno sviluppata che sia caratterizzata da un tipo di comportamento o atteggiamento differenziato.
L’obiettivo e lo scopo del discepolato è Cristo, e i servizi ministeriali puntano a Lui. Non siamo chiamati ad essere ministri, ma figli, la nostra intenzione come chiesa non deve essere quella di formare una chiesa ministeriale di apostoli, profeti o qualsiasi altro ministero ecclesiastico, ma una comunità di fratelli la cui identità comune di discepolato è Gesù e tutte le relazioni in questo ambiente sono incentrate su di Lui. Dove l’obiettivo continuo è Lui, e in Lui tutti i ministeri sono presenti e si manifestano nella vita quotidiana della chiesa, esprimendosi secondo la necessità di maturazione del corpo, mirando alla maturazione dei santi, guardando al Signore e a ciò che lo Spirito Santo sta rivelando come riferimento per l’edificazione personale e collettiva.
In questa visione del discepolato siamo edificati gli uni dagli altri, onorandoci, esortandoci, consolandoci e incoraggiandoci a vicenda con l’unico ed esclusivo scopo di essere tutti discepoli di Gesù. Con questa chiarezza, cerchiamo da questo punto di nutrire il nostro sguardo a partire da Lui, con il desiderio di vedere nell’altro la bellezza del Padre espressa nella vita dei nostri fratelli, conducendo tutti i pensieri e le situazioni vissute ad imparare di più da e con Gesù.
La consapevolezza di questo principio è fondamentale affinché possiamo vivere in unità la sfida comune di essere chiesa ai nostri giorni, e anche con figure eloquenti o ministerialmente prominenti come Paolo o Apollo, non possiamo cadere nella tentazione di condurre il nostro processo di formazione a partire da caratteristiche personali, e sebbene possiamo essere grati per lo sforzo e il servizio di alcuni, questi possono essere visti come un esempio di dedizione, ma mai di formazione, dopotutto stiamo tutti perseguendo lo stesso obiettivo, vivendo in Lui e per Lui, siamo Suoi e siamo stati chiamati a fare discepoli a Sua immagine e di nessun altro.
Impegno comunitario
“Ed erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere.”
Atti degli Apostoli 2:42
Avendo chiarezza sul motivo, sulla natura, sull’obiettivo e sul modo in cui dobbiamo vivere questa nuova vita come corpo di Cristo, abbiamo bisogno a questo punto di un’alleanza collettiva attorno a questo obiettivo che abbiamo di conoscere Gesù, l’amore, e di farlo conoscere, amando. Per avere successo in questa missione, è necessario chiarire il nostro impegno reciproco e, partendo da questo, dedicarci, attraverso l’amore, a vivere questo legame di unità e desiderio comune.
Quando pensiamo alla pratica dell’amore secondo la rivelazione di Gesù attraverso la sua vita e il suo insegnamento, è molto facile capire che siamo continuamente molto al di sotto del vero standard dell’amore. Nel corso della storia, ciò che vediamo è uno svuotamento del significato del termine e un allontanamento sempre maggiore dall’essenza dell’atto di amare. A causa di questa soggettività che si è manifestata nel corso del tempo, e persino di un sottile rifiuto interiore di affrontare con fermezza la sfida, neghiamo il comandamento dell’amore, a partire dalla negligenza di discernere cos’è l’amore e come si manifesta nella nostra vita comunitaria quotidiana.
Per affrontare questo ostacolo chiaramente presente ai nostri giorni, in cui l’amore si raffredda e l’egoismo, l’amore per se stessi, aumenta, è necessario e urgente che abbiamo un’alleanza collettiva, un impegno comunitario di amore e che questo sia un vessillo presente nella vita quotidiana della comunità di fede che si è disposta a vivere la parola rivelata dallo Spirito Santo, e non desidera nascondersi dietro una pratica teologica fredda e distante, ma piuttosto una teofania collettiva, dove l’amore si incarna in un corpo comunitario chiamato chiesa.
Quando ci risvegliamo alla consapevolezza di questo impegno, la conseguenza è la dedizione, lo sforzo comune di tutto il gruppo nel rispettare questa alleanza di obbedienza e applicazione della parola di Dio nella sua quotidianità, osservando con saggezza e timore le sfumature della rivelazione dell’amore rivelate in Gesù e nella chiesa attraverso lo Spirito Santo. Tale impegno non può essere confuso con una forza umana per fare qualcosa, ma al contrario, punta alla negazione della nostra natura carnale, affinché la vita dello Spirito fluisca nel seno della chiesa e generi frutti.
Questo impegno di alleanza comunitaria nell’amore è il punto di sostegno delle relazioni stabilite nella comunità locale di fede, è fondato sulla persona di Gesù e si rivela nell’interazione dinamica con lo Spirito Santo tra e attraverso i membri di questa comunità.
Cercando intenzionalmente uno stile di vita basato sull’impegno ad amarci gli uni gli altri come siamo amati da Gesù, diventiamo destinatari e agenti dell’amore, l’impegno alimenta la reciprocità, la visione collettiva dal punto di vista del Padre, e punta a relazioni solide e durature, il cui legame di unità è l’amore rivelato e praticato come corpo.
Vita condivisa
La moltitudine di quelli che avevano creduto era d’un sol cuore e di un’anima sola; non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva, ma tutto era in comune tra di loro.
Atti degli Apostoli 4:32
Il passo successivo per vivere con amore questo impegno comunitario passa attraverso la condivisione della vita, che nella descrizione di Luca nel testo degli Atti si esprime attraverso la frase: tutto ciò che avevano. Quando esaminiamo alcune discussioni su questo passo delle Scritture e le sue implicazioni pragmatiche nella vita sociale quotidiana in cui la Chiesa era e è inserita, è comune sentire argomenti che si basano solo sull’aspetto finanziario-materiale e dimenticano la visione integrale del testo, dove l’unità del cuore e della mente ha portato alla condivisione di tutto, compresi i beni, ma non solo quelli, ed è qui che risiede la sfida.
Per raggiungere la pienezza dell’unità presentata, dobbiamo lavorare in modo intenzionale nell’esercizio della condivisione della vita comunitaria e, affinché ciò avvenga, non possiamo credere che un comandamento esterno, un sistema ideologico, politico, amministrativo o dottrinale siano in grado di promuovere tale risultato. Considerando l’amore come elemento chiave dell’unità e lo Spirito del Signore come garante di questa relazione, non possiamo sopprimere la libertà individuale per il raggiungimento di una visione collettiva. Dove c’è lo Spirito c’è libertà, e rispettare questa relazione tra libertà individuale e i suoi limiti, e allo stesso tempo vivere un dinamismo spirituale che porta alla vera condivisione dei cuori, è possibile solo come frutto e non come obiettivo.
Una comunità che cerca il risultato della vita dello Spirito, l’unità e la condivisione per esempio, ma senza rispettare il tempo di maturazione individuale che ogni figlio percorre nel Signore, ci porterà a modelli umani, dove possiamo vedere alcuni di questi principi in forma materiale, ma le conseguenze interiori sono nefaste, sostituendo il frutto con le opere, l’intimità con lo sforzo, l’umile dipendenza con l’orgoglio vanitoso e meritocratico.
Per non cadere in questo errore, dobbiamo mantenere sempre l’amore, Gesù, come pietra angolare della costruzione delle relazioni comunitarie, dove il legame sia generato nella libertà dello Spirito Santo e si sviluppi nel corso del tempo nella fiducia e nella trasparenza, prima nell’ambito verticale (uomo e Dio), e come conseguenza, il frutto trabocca in relazioni orizzontali solide e vere. Dove il corpo si edifica nell’amore, condividendo gli stessi desideri e principi, perseguendo lo stesso obiettivo in modo individuale e collettivo.
Quando siamo in grado di avere la chiarezza e la consapevolezza di questo obiettivo comune, vediamo una comunità maturare attorno all’universo della mutualità, sottomettendosi, edificandosi, consolandosi e incoraggiandosi a vicenda. Dove la condivisione non è un fine in sé, ma un frutto, una conseguenza prevista, ma non ricercata, che ha origine nel desiderio condiviso di amare Dio e nella relazione con il Suo Spirito, amare gli uni gli altri come Gesù ci ha amati. Vivendo una vita condivisa attorno a un solo cuore e una sola mente, quella di Cristo, che si rivela giorno dopo giorno a partire da un’unica fede e un unico spirito nella quotidianità ordinaria del corpo, la chiesa, la manifestazione del Regno dei cieli sulla terra.
Uniti dalla differenza
Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito. Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra.
Prima lettera ai Corinzi 12:12-14
Quando iniziamo il nostro percorso di vita comunitaria, ci troviamo di fronte allo sviluppo individuale dei doni e dei talenti che, insieme alla personalità e alla maturità raggiunta fino a quel momento, iniziano a formare un’identità personale nel membro di quella comunità, mentre la somma di queste individualità fornisce e dinamizza un’identità comunitaria locale, che rimanda al corpo globale di Cristo.
In questa condizione, siamo tutti parte di un tutto più grande. Dal punto di vista spazio-temporale, il corpo di Cristo è in formazione, nel tempo storico attraverso i cristiani nel corso di questi duemila anni di vita della chiesa, e nello spazio geografico, che copre tutta la Terra durante questo periodo.
L’equazione risultante da questa intersezione spazio-tempo presenta uomini e donne di origini etniche e generazioni diverse, ebrei, gentili, schiavi, liberi, brasiliani, francesi, giapponesi, africani, distribuiti nella storia dal Medioevo, all’età moderna, fino ad arrivare alle generazioni contemporanee X, Z, millennials, ecc.
Comprendere la dimensione delle possibilità di queste diverse espressioni generazionali e culturali ci pone in una posizione di piccolezza e umiltà di fronte al tutto storico globale, ma anche al nostro universo comunitario locale.
Nel promuovere l’unicità dell’identità dell’individuo, il Signore fa lo stesso anche nel corpo comunitario locale, ma quando questo punta alla chiesa globale, rivela nell’unità la bellezza di Gesù espressa nello spazio-tempo in modo diverso quando guardiamo dalla prospettiva naturale, ma totalmente allineata alla testa quando osserviamo dall’ottica spirituale. Sono proprio queste differenze che forniscono gli spazi in cui lo Spirito del Signore si manifesta promuovendo il legame perfetto dell’amore.
È in questa unità dei diversi che si manifesta la gloria, esprimendo nelle relazioni che possono sembrare apparentemente divergenti e persino contraddittorie, gli attributi pragmatici dell’amore: pazienza, fiducia, speranza, sostegno, sofferenza. Quando iniziamo a vedere che l’amore, per manifestarsi, richiede un ambiente di diversità, per promuovere l’unità a partire da queste, comprendiamo i danni di cercare una comunità uniforme dove le differenze si sottomettono a standard umani, naturali, collegati al contesto culturale di un periodo storico o di una determinata regione geografica, e quel che è peggio, uno standard basato su una sola persona.
Rompere con la visione della standardizzazione uniforme e cercare la dinamica della vita nell’amore attraverso e nella presenza dello Spirito Santo è la chiave per riuscire a vivere una chiesa unita, viva e pulsante, capace di rivelare al mondo in modo maturo la gloria del Figlio inviato.
Maturazione del corpo
È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo, fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo;
Lettera agli Efesini 4:11-13
Nel processo di crescita individuale, e da lì lo sviluppo della comunità, dobbiamo discernere le diverse fasi di maturazione a cui siamo esposti e come queste avvengono in modo dinamico e vivo a partire dal desiderio di conoscere il Signore e farlo conoscere attraverso la Sua rivelazione in noi.
Questo percorso inizia nella vita di ogni cristiano nel momento esatto in cui, riconoscendo la propria situazione di morte spirituale, si pente, credendo nel sacrificio redentore del Signore Gesù e ottiene attraverso il battesimo la grazia di nascere nello spirito, per poi diventare dimora e abitazione dello Spirito Santo. In quel momento, contrariamente a quanto spesso possiamo credere, l’obiettivo finale non è stato raggiunto, ma è solo l’inizio di un viaggio che porta alla maturità della chiesa, il corpo spirituale di Cristo.
In questo cammino proposto affrontiamo, individualmente e collettivamente, sfide quotidiane che mettono in discussione la nostra fede, provocano momenti di dolore, cadute e tristezza, che a prima vista possono sembrare negativi, ma che sono anche, se vissuti nel modo giusto, un luogo di crescita e sviluppo. Il problema in questo caso si presenta nel modo in cui affrontiamo queste situazioni, ed è qui che risiede la risposta del Signore alla sfida di maturare: il ministero dei santi per i santi.
Nel lavorare all’edificazione della sua chiesa, il Signore designa uomini e donne in periodi e situazioni specifiche per servire la comunità con i loro doni e talenti, ma anche con la loro personalità ed esperienza di vita. Questi fratelli, dal loro posto di figli, e spesso di fratelli maggiori, sono chiamati a servire il corpo comunitario con l’obiettivo della reciproca edificazione e così permettono che, attraverso l’unità, raggiungiamo la misura dell’uomo perfetto nell’identità di Cristo.
Questi uomini e queste donne sono un dono per la chiesa per l’esortazione, il conforto, l’incoraggiamento, la guarigione, l’insegnamento, il discepolato e l’invio. Sono persone che agiscono in accordo tra loro in questo ministero collettivo di edificazione della comunità. Le loro funzioni sono strettamente legate alla vita della chiesa e vanno ben oltre la semplice interpretazione mondana che etichetta le persone in base a un disegno di servizio e le trasforma in etichette di contenitori vuoti la cui essenza si è persa nel desiderio di titoli e riconoscimento.
Per riuscire come chiesa del Signore Gesù a resistere a questo attacco, è necessaria un’atteggiamento di umiltà e onore reciproco, che ci pone nella posizione di guardare alla realtà secondo il sistema di valori dei cieli. In questo ambiente, l’unità attorno all’identità dei figli è il nostro luogo di sicurezza, dove possiamo crescere in profondità nel Signore, ampliando allo stesso tempo la capacità di fruttificare e promuovere la maturazione della chiesa senza cadere nell’errore dell’idolatria e dell’orgoglio, servendo la chiesa, seguendo la verità nell’amore, sostenendoci a vicenda mentre cresciamo in Lui.
Chiamata individuale
Mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: «Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato, pregato e imposto loro le mani, li lasciarono partire.
Atti degli Apostoli 13:2-3
Se la maturazione del corpo indica la maturità e, di conseguenza, l’unità del corpo, è necessario sottolineare in questo contesto che tale processo passa attraverso la chiamata individuale di ogni uomo e donna di Dio secondo ciò che il Signore ha proposto per quell’individuo, ma con l’obiettivo di edificare una comunità.
Nel cercare di sviluppare un gruppo in una determinata regione, i piani del Signore selezionano e separano le persone secondo il suo disegno, affinché esse siano uno strumento di servizio per la chiesa in un’area specifica di attività all’interno di una posizione geografica rivelata.
Questa chiamata avviene generalmente prima di tutto a livello individuale, a partire dalla vita sacerdotale che quella persona esercita davanti al Signore. In questo ambiente personale di relazione con Dio, dove ci posizioniamo con umiltà e devozione, abbiamo accesso ai suoi piani e progetti, e ascoltando il suo desiderio d’amore verso l’umanità, abbiamo l’opportunità di rispondere con amore come fece il profeta Isaia: eccomi, mandami.
In questo contesto è importante riconoscere che il Signore opera nella chiesa questo senso di risveglio personale per determinate funzioni, ma allo stesso tempo questa ottica di valorizzazione dell’individuo non va contro la visione della comunità e non conferisce, indipendentemente dalla chiamata rivelata, un posto di supremazia di questo sugli altri. Il ministero di uno è un dono di Dio per gli altri, e nell’unità nell’amore essi si completano armoniosamente per la maturazione del corpo, sia esso locale o globale.
Come comunità in questo contesto di chiamata individuale, abbiamo bisogno come corpo comunitario di discernere nel Signore, attraverso l’intimità con Lui, nel digiuno e nella preghiera, non solo la testimonianza della chiamata rivelata, ma anche la sua condizione di realizzazione nel tempo affinché questa sia sostenuta nell’amore nel suo sviluppo e nella sua esecuzione, partecipando alla sua costituzione e al suo opportuno invio, sotto l’autorità riversata e riconosciuta dalla chiesa.
Leadership servile
Ora un Giudeo di nome Apollo, oriundo di Alessandria, uomo eloquente e versato nelle Scritture, arrivò a Efeso. Egli era stato istruito nella via del Signore; ed essendo fervente di spirito, annunciava e insegnava accuratamente le cose relative a Gesù, benché avesse conoscenza soltanto del battesimo di Giovanni. Egli cominciò pure a parlare con franchezza nella sinagoga. Ma Priscilla e Aquila, dopo averlo udito, lo presero con loro e gli esposero con più esattezza la via {di Dio}.
Atti degli Apostoli 18:24-26
Per poter camminare secondo questa visione che favorisce lo sviluppo individuale senza danneggiare l’unità collettiva, abbiamo bisogno, parallelamente o addirittura prima, di sviluppare una capacità di leadership fondata sul servizio, che si posiziona nell’amore come sostegno e base per coloro che stanno crescendo in autorità e maturità verso una nuova stagione.
Per approfondire la comprensione di questo punto, dobbiamo prima di tutto condividere una definizione che sarà fondamentale per la nostra visione: guidare e governare sono cose diverse e quindi devono essere trattate in modo separato.
La leadership nel contesto biblico, e direi anche nel mondo naturale, si realizza nel contesto dell’indicare una strada. In questo contesto, l’atto di guidare si sviluppa nel senso di orientamento, ponendosi in una posizione di servizio attraverso questa condizione di guida. Partendo da questa visione, è necessario che coloro che sono riconosciuti come leader in una determinata comunità adottino un atteggiamento servizievole, in cui il principio della loro leadership si sviluppa, prima di qualsiasi orientamento pragmatico, sulla base dell’amore, espresso nell’umiltà, che è il fondamento per lo sviluppo delle relazioni e anche del discepolato che indica Gesù come unico riferimento.
Guidare secondo il modello di Gesù presenta regolarmente la necessità di guardare con attenzione a colui che è l’obiettivo della nostra leadership e, di conseguenza, del nostro servizio. Questo sguardo attento avviene attraverso il consiglio dello Spirito Santo e punta alla rivelazione di Gesù nella realtà del nostro servizio, sia esso diretto a una comunità o solo a una persona.
Quando ci mettiamo in questa posizione, siamo sfidati a umiliarci ed esaminare con amore e onore le condizioni presentate che guideranno la leadership e in questo modo promuovere le risposte di servizio necessarie per il perfezionamento dei santi e della comunità nel suo insieme. In questo senso, guidare è servire e se qualcuno vuole essere il più grande deve cercare di essere il più piccolo, condividendo il carattere di Gesù attraverso la manifestazione del suo Spirito, e solo a partire da questo esercitare la leadership sui suoi fratelli, ma mai il dominio.
Governo plurale
Poi, giunti a Gerusalemme, furono accolti dalla chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono le grandi cose che Dio aveva fatte per mezzo di loro. Ma alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, si alzarono dicendo: «Bisogna circonciderli e comandare loro di osservare la legge di Mosè». Allora gli apostoli e gli anziani si riunirono per esaminare la questione.
Atti degli Apostoli 15:4-6
Partendo dalla chiarezza della posizione di leadership che si trova nelle Scritture ed è espressa nella vita di Gesù e della Chiesa, abbiamo la questione del governo come elemento pratico intimamente legato al contesto del ruolo dei leader.
Parlare di governo è un argomento delicato, poiché è un tema che suscita facilmente interpretazioni divergenti, molte delle quali cariche di esperienze personali e sociali distorte che rendono ancora più difficile, ma non meno importante, affrontare l’argomento.
Quando pensiamo a un ambiente di vita comunitaria, è inevitabile che, affinché questo avvenga, esistano alcuni contesti di governance presenti nelle relazioni tra gli individui con riferimento alla vita quotidiana della comunità. Nel cercare di sviluppare queste relazioni e le attività che ne derivano, dobbiamo inevitabilmente affrontare la necessità organizzativa a diversi livelli e aspetti di interferenza reale nella vita quotidiana della chiesa e, di conseguenza, nella vita quotidiana dei fratelli che condividono questa comunità ecclesiale.
A causa di questa relazione intrinseca tra la comunità e l’individuo, è indispensabile che le decisioni di governo di questo ambiente siano condotte da coloro che ne sono influenzati. Ciò che è comunitario deve essere deciso dalla comunità stessa, o almeno da un gruppo di persone costituite e riconosciute a tal fine, e non solo da una singola persona, per quanto integra e ben intenzionata essa sia.
Comprendere la necessità di un governo del corpo come qualcosa di condiviso è indispensabile per discernere e manifestare la differenza tra unità e uniformità. Laddove quest’ultima si manifesta in modo autoritario, soggiogando la libertà individuale e la realtà particolare della rivelazione nel sacerdozio e nella gestione di tutti i santi, mentre la prima opera attraverso l’azione dello Spirito Santo, imprimendo nel corpo l’unità di fede e di pensiero, dove il consenso collettivo è la testimonianza dell’azione del Signore su una comunità.
Sacrificio personale
Per fede Abraamo, quando fu chiamato, ubbidì, per andarsene in un luogo che egli doveva ricevere in eredità; e partì senza sapere dove andava.
Lettera agli Ebrei 11:8
Considerando il movimento organico di vita generato dallo Spirito nella comunità locale, troviamo lo sviluppo di questa relazione sia nel contesto collettivo che individuale, e a questo punto è necessario discernere le indicazioni del Signore in questi ambiti di azione per comprendere, nell’ambito dell’esecuzione, il costo sacrificale che questa realtà ci impone.
Vivere una fede viva e pulsante a partire da una relazione autentica con Gesù ci conduce a momenti di rivelazione e guida, e allo stesso tempo siamo spinti a vivere questa relazione in modo personale e comunitario. Questo desiderio generato dal cercare, dall’aspirare e dal trovare, promuove un ambiente sacrificale per tutti coloro che si posizionano in questo modo per camminare sulla terra.
Se nel contesto comunitario, la rivelazione per il corpo è discernita nel corpo e sostenuta nella moltitudine di consigli del governo plurale della chiesa. Dal punto di vista individuale, questa stessa condizione è reale per l’individuo o la coppia che desidera essere guidata dalla direzione in cui soffia lo Spirito, ed è nel costo del rischio personale che risiede il sacrificio di fede proposto, e possibile da raggiungere per chi si permette di viverlo.
In questo caso, l’onere della fede, se così possiamo chiamarlo, appartiene all’individuo e non deve in alcun modo essere trasferito come peso di responsabilità alla comunità. E anche se questa può sostenerlo in qualche modo per un certo periodo attraverso l’amore e l’impegno tra le parti, colui che è stato chiamato individualmente non può condizionare il suo movimento di fede al sostegno e alla sicurezza della chiesa locale, avendo in sé stesso la chiarezza e la certezza che il prezzo da pagare è interamente personale, e deve essere messo sulla bilancia del presente e del futuro per discernere quando e come avanzare in ciò che viene rivelato.
Con questo in mente, comprendiamo nel Signore che una comunità apostolica e profetica sana è possibile nella misura in cui coloro che desiderano vivere questi fondamenti sono disposti, nella sfera personale, a pagare il prezzo dell’instabilità e della vulnerabilità naturale di vivere in questo modo, essendo essi stessi i garanti della parola rivelata dalla fede, dove la fiducia in Dio si manifesta in modo proporzionale al rischio affrontato e assunto, camminando verso ciò che lo Spirito Santo sta dicendo a ciascuno e alla chiesa.
Offerta di gioia
Perciò ho ritenuto necessario esortare i fratelli a venire da voi prima di me per preparare in anticipo la vostra offerta già promessa, affinché essa sia pronta come offerta di generosità e non di avarizia. Ora dico questo: chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina abbondantemente mieterà altresì abbondantemente. Dia ciascuno come ha deliberato in cuor suo; non di mala voglia né per forza, perché Dio ama un donatore gioioso.
Seconda lettera ai Corinzi 9:5-7
Un altro aspetto importante della vita della chiesa missionaria, che ha compreso la sua condizione di pellegrina e vive sulla terra sotto l’invio apostolico di testimoniare profeticamente Gesù, è la comprensione del suo rapporto con le risorse ricevute dal Signore affinché, a partire da queste, la sua missione potesse essere sviluppata sulla terra.
In questo contesto è comune la discussione sulla validità del comandamento, o principio, delle decime e delle loro implicazioni al giorno d’oggi sulla chiesa fondata sui fondamenti della nuova alleanza. In questa situazione ascoltiamo argomenti morali, amministrativi e spirituali che nella maggior parte dei casi sono validi e rivelano molto del modo in cui ogni linea teologica si relaziona con la parola e la sua rivelazione attraverso lo Spirito Santo.
Nella nostra interpretazione, tutto ciò che abbiamo appartiene al Signore, perché da Lui abbiamo ricevuto per uno scopo: essere chiesa sulla terra e, di conseguenza, essere soggetti al suo dominio e al suo governo a partire da un rapporto intimo con lo Spirito Santo che va ben oltre un argomento legale religioso o anche amministrativo. Tale condizione richiede da ogni uomo e donna di Dio un dialogo continuo con Lui stesso per discernere il motivo dell’applicazione e della destinazione di tutte le risorse ricevute, siano esse tangibili, come il denaro o qualche bene personale, o intangibili, come il nostro tempo, la salute fisica ed emotiva. Tutto ciò che siamo è soggetto a questo criterio e deve essere sottoposto a questo vaglio basato sull’intimità del rapporto con il Signore, e non come un obbligo di legge.
Adottando in modo chiaro e oggettivo questa posizione come chiesa, attribuiamo all’individuo e al suo impegno con il Signore e la sua chiesa la realizzazione di come si sviluppa questo aspetto della vita comunitaria. Come comunità basata sulla libertà e sulla responsabilità di vivere una vita di intimità e obbedienza allo Spirito Santo, comprendiamo che è questo che deve muovere la vostra chiesa verso la sostenibilità degli impegni che Egli stesso ha generato in mezzo al suo popolo. Questo atteggiamento come pilastro presuppone e richiede una relazione condivisa e trasparente tra i fratelli di ogni comunità, con vista al discernimento sacerdotale del corpo e alla governance plurale, sotto la guida servizievole di uomini e donne che insieme desiderano vivere e partecipare con gioia a tutti gli aspetti della loro vita, comprese le finanze di ciò che lo Spirito Santo sta rivelando e realizzando in mezzo a loro.
Struttura essenziale
Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva al loro numero ogni giorno quelli che venivano salvati.
Atti degli Apostoli 2:44-47
Quando riflettiamo sulla realtà dell’essere e del vivere la Chiesa a partire dalle Scritture ispirate e, parallelamente, guardiamo alla nostra espressione ecclesiologica contemporanea, vediamo chiaramente un conflitto che può sembrare semplice e solo un dettaglio di vocabolario, ma guardando più attentamente possiamo vedere che in questo paradigma risiede una grande sfida per i nostri giorni: essere Chiesa nonostante la Chiesa, essere tempio nonostante i templi.
Quando creiamo un elemento fisico che tipizza qualcosa di essenzialmente spirituale, rendendo tangibile una realtà che è impossibile esprimere a partire da una semplice costruzione, promuoviamo nel nostro ambiente un’inversione di valori e spostiamo il focus dei nostri sforzi verso qualcosa che non ha alcun valore se visto dalla realtà dello Spirito.
Guardando alla chiesa dei primi giorni, vediamo in pratica gli apostoli manifestare un modello che durante gli anni di discepolato hanno imparato da Gesù, vedendo attraverso l’esempio la manifestazione del Regno che avveniva ovunque Egli fosse presente. Nei racconti dei Vangeli possiamo vedere che l’insegnamento, la preghiera, i miracoli, il discepolato si sviluppavano indipendentemente dal luogo fisico, potesse essere su una montagna, su una barca in riva al mare, nella casa di un uomo importante o di una persona semplice, in un giardino, nel cortile del tempio o nella sinagoga, qualsiasi luogo era propizio per una vita immersa in Lui e con Lui.
Dopo l’ascensione di Gesù e l’effusione dello Spirito Santo vediamo questa stessa condizione presentarsi nella vita della chiesa. Sia a Gerusalemme, Antiochia o Efeso, in nessun momento vediamo un luogo chiamato chiesa, una struttura in grado di rappresentare questo raduno di uomini e donne nel nome del Signore. Al contrario, ciò che vediamo è che la struttura era un semplice supporto di ciò che aveva realmente valore. Nel cortile del Tempio, nel cenacolo, nella scuola di Tirano o nella casa di qualche fratello, gli edifici e gli spazi fisici erano solo strumenti al servizio di ciò che accadeva all’interno di ogni cristiano e si esprimeva in unità nel desiderio di ogni credente: sedersi con i fratelli in Cristo nelle regioni celesti attraverso la manifestazione interiore dello Spirito Santo in mezzo alla chiesa.
Questa condizione ci permette di guardare alle sale per quello che sono realmente: sale. E non un elemento fisico essenziale nella vita della chiesa che diventa il centro gravitazionale delle relazioni, che per quanto possano sembrare facilitatori, consumano un’enorme quantità di energia, tempo e risorse per fornire qualcosa che per secoli è esistito senza la loro esistenza: l’unità della chiesa.
In questo senso, comprendiamo e condividiamo la visione secondo cui la struttura per essere chiesa non è determinante per la realizzazione del desiderio di vivere una vita comunitaria sana incentrata su Gesù, e prima ancora crediamo che l’assenza intenzionale di questo elemento permetta alle nostre relazioni di esprimersi in modo più profondo e integro, esponendo con maggiore intensità le nostre debolezze e limitazioni, dove possiamo vedere il potere di Dio che ci perfeziona nell’amore, riempiendo gli spazi tra noi e unendo queste pietre vive intorno a sé, come una forza gravitazionale che attrae tutti.
Tale visione ci permette un’esistenza leggera e allo stesso tempo profonda, senza la necessità di grandi investimenti fisici e finanziari, permette dinamismo di movimento e crescita, e fa sì che ovunque due cuori siano riuniti nel nome di Gesù sia possibile essere chiesa, indipendentemente dalla propria condizione finanziaria o dal tempo a disposizione, perché dove sono due, lì è Lui, ed è questo che ci rende chiesa, essere riuniti nel Suo nome, in Lui stesso.
Espansione orizzontale
Allora quelli che erano dispersi se ne andarono di luogo in luogo, portando il lieto messaggio della Parola. Filippo, disceso nella città di Samaria, vi predicò il Cristo. E le folle unanimi prestavano attenzione alle cose dette da Filippo, ascoltandolo e osservando i segni miracolosi che faceva.
Atti degli Apostoli 8:4-6
Partendo dalla comprensione di ciò che chiamiamo struttura essenziale, vediamo una chiesa che ha una limitazione fisica intenzionale, con la consapevolezza che se c’è una crescita da realizzare, questa non avverrà attraverso la costruzione di ambienti sempre più grandi per sostenere questo aumento quantitativo della comunità.
Tale condizione ci pone in una posizione di espansione orizzontale attraverso la moltiplicazione, dove una chiesa che si trova di fronte ai limiti fisici della crescita deve generare da sé stessa la divisione strutturale per la crescita di questa comunità. Questo processo spirituale trova un parallelo molto simile in natura e nel processo biologico di moltiplicazione cellulare, dove dalla duplicazione e divisione del nucleo cellulare, responsabile della struttura del DNA della cellula, ne viene creata una nuova, che porta con sé le stesse strutture identitarie dell’originale.
Quando pensiamo alla vita della chiesa e guardiamo alla sua storia, soprattutto nei primi tempi, ciò che vediamo è questo processo che avviene in modo organico ed esponenziale. Man mano che i discepoli venivano raggiunti dal potere di Dio condiviso nella vita degli apostoli, questi stessi, portando il DNA ricevuto nello spirito, dallo Spirito, erano spinti a condividere il Vangelo ovunque si trovassero, e questa buona notizia, quando veniva accolta con pentimento e benedetta dal dono dello Spirito Santo, faceva sorgere nuove comunità di fede, e dove queste erano presenti, ne nascevano altre, e così il Regno di Dio si espandeva senza bisogno di grandi edifici o strategie naturali, ma per il potere del Signore che agiva su ogni chiesa nelle città raggiunte.
È molto importante, se siete arrivati fin qui, comprendere che questo impegno di limitazione strutturale e crescita orizzontale come chiesa fa parte della natura della visione traboccante e senza di esso comprendiamo che l’essenza di ciò che viene proposto può perdersi nella dinamica quotidiana della comunità quando questa si posiziona per una crescita strutturale. A questo punto vale la pena sottolineare che questo posizionamento non rappresenta una critica alle altre forme di riunione come chiesa, ma solo una posizione chiara e predeterminata, ricevuta nel Signore durante la ricerca del discernimento di questa visione condivisa, senza annullare queste espressioni e nemmeno le esigenze spirituali e sociali che richiedono un’organizzazione e una struttura per il loro sviluppo.
Expressões sociais
Poi entrò nella sinagoga, e qui parlò con molta franchezza per tre mesi, esponendo con discorsi persuasivi le cose relative al regno di Dio. Ma siccome alcuni si ostinavano e rifiutavano di credere dicendo male della Via in presenza della folla, egli, ritiratosi da loro, separò i discepoli e insegnava ogni giorno nella scuola di Tiranno. Questo durò due anni. Così tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore.
Atti degli Apostoli 19:8-10
Na medida que o evangelho se manifesta e transborda nos corações que se entregam à ele, o que vemos é um desejo crescente de viver e propagar essa mensagem de vida a todo o mundo. Essa situação proporciona diferentes tipos de formas e estratégias para que esse objetivo seja alcançado e isso implica em variadas expressões que se manifestam na sociedade de acordo com a organização cultural e social do seu tempo.
Nas primeiras missões apostólicas vemos os apóstolos se movendo em torno de estruturas existentes como as sinagogas, as praças, auditórios e escolas gregas, usando-as como ferramentas para o compartilhamento das boas novas do Reino, utilizando desses locais onde as pessoas estavam como meio de alcançá-las e assim promover o acesso a mensagem da salvação.
Quando olhamos para essas características de alcance, realmente é factível enxergar esse ambiente como um facilitador, e isso acontece até os dias atuais. Na nossa sociedade contemporânea, baseada na economia de escala, onde existe um desejo de maximizar tudo e promover o maior ganho no menor tempo possível, pensar no uso de tais estratégias para o avanço do Reino parece ser totalmente coerente, mas pode ser uma armadilha.
Ao iniciarmos um projeto que almeje expressar para a sociedade de maneira estruturada aquilo que acontece interiormente de forma espiritual na vida da igreja, corremos o risco de nos tornarmos reféns da nossa solução. E aqui pontuamos o risco inerente a tal escolha sem desacreditar na eficácia que essa possa ter quando realizada de maneira sábia no temor do Senhor.
Expressões como um salão de reunião público para oração, um orfanato, um albergue, ou qualquer outra condição que promova o conhecimento de Deus e a sua justiça são benéficas, e podem ser almejadas debaixo da direção de Deus, mas essa ao ser revelada para um indivíduo ou comunidade, precisa ser discernida com relação aos níveis de compromisso e responsabilidade pessoal e comunitária demandados para a sua realização sem expor de forma conflituosa as esferas de aliança que podem ser impactadas, tendo clareza que essas expressões embora possam ser geradas no âmbito da vida da igreja, elas não são em si a igreja, e nesse contexto as pessoas envolvidas devem trabalhar conscientemente na proteção dos relacionamentos de aliança da comunidade acima de qualquer projeto de expressão social.
Risoluzione dei conflitti
Vestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza.
Lettera ai Colossesi 3:12
Amare è una sfida quotidiana che si presenta nelle relazioni di tutti i giorni e più diventiamo intimi e vicini, maggiori sono le condizioni per l’insorgere di conflitti e, proporzionalmente, l’opportunità di rispondere al nostro prossimo basandoci sull’amore ricevuto attraverso Gesù e rivelato quotidianamente nello Spirito Santo.
Quando ci disponiamo a vivere un’alleanza d’amore, il cui obiettivo è amare, dobbiamo lottare contro il desiderio naturale di essere amati e creare così una struttura di relazioni squilibrata basata sull’egoismo e sull’orgoglio. Tuttavia, invariabilmente perdiamo questa battaglia interiore e diventiamo strumenti di dolore e tristezza per i nostri fratelli, il che finisce per diventare motivo di molti problemi all’interno della chiesa e dobbiamo stare attenti a non cadere nella trappola che i nostri conflitti mal risolti generano nella vita della comunità.
Per difenderci da questo attacco satanico che nasce dalle nostre debolezze manifeste nelle relazioni interpersonali, abbiamo bisogno di una coscienza comunitaria e intenzionale dell’amore come elemento principale nella risoluzione dei conflitti tra i fratelli, dove solo una cultura di fiducia nella supremazia dell’amore è in grado di sostenere relazioni a lungo termine con integrità, trasparenza e profondità.
Cercare e incoraggiare tale percorso è indispensabile per raggiungere la piena unità che manifesta la gloria che Gesù rivela in mezzo alla chiesa. È necessario che questa visione sia considerata uno degli elementi centrali degli incontri della comunità. Questa deve essere una meditazione ricorrente in mezzo al corpo riunito, cercando di comprenderne le implicazioni pratiche e lo sviluppo della vita relazionale a partire da questo pilastro.
Una chiesa che cerca questa espressione deve affrontare questa sfida con coraggio e audacia, credendo che senza questa battaglia non ci sia vittoria finale. In questo luogo siamo chiamati ad amare in modo traboccante, e questo amore si rivela a partire dalla croce, nella morte dell’ego, ma è la via della gloriosa resurrezione, dove la carne orgogliosa lascia il posto allo Spirito maestoso e questo, presentandosi come mediatore dei conflitti, si rivela nell’amore nella costruzione di relazioni solide, fondate sulla verità, capaci di sopportare le tentazioni dei piaceri e delle persecuzioni, lo stesso amore che ha sostenuto la chiesa durante questi duemila anni, ed è responsabile di sostenerci nella grazia e nella misericordia per tutta l’eternità.
Percorsi diversi
Dopo diversi giorni Paolo disse a Barnaba: «Ritorniamo ora a visitare i fratelli di tutte le città in cui abbiamo annunciato la Parola del Signore, per vedere come stanno». Barnaba voleva prendere con loro anche Giovanni detto Marco. Ma Paolo riteneva che non dovessero prendere uno che si era separato da loro già in Panfilia e che non li aveva accompagnati nella loro opera. Nacque un aspro dissenso, al punto che si separarono; Barnaba prese con sé Marco e s’imbarcò per Cipro. Paolo, invece, scelse Sila e partì, raccomandato dai fratelli alla grazia del Signore. E percorse la Siria e la Cilicia, rafforzando le chiese.
Atti degli Apostoli 15:36-41
Per concludere la nostra dichiarazione di fede, vorremmo utilizzare come base il testo che descrive la separazione tra Paolo e Barnaba, poiché è molto emblematico per noi e rappresenta una situazione che può verificarsi anche a noi durante questo cammino di chiesa con altre persone, che ci espone alla possibilità di disaccordi e separazioni.
Quando siamo in questo cammino apostolico e profetico, il desiderio di realizzare con eccellenza la missione alla quale siamo stati chiamati può condurci a diverse interpretazioni di contesti e situazioni, che possono portare anche a conflitti nei rapporti tra le persone coinvolte.
Queste “divergenze”, per quanto abbiano motivazioni giuste o punti di vista biblicamente sostenibili, possono portarci al punto di separazione e, anche se questo non è l’obiettivo desiderato, può accadere e in questo caso dobbiamo avere la maturità di discernere le posizioni di ciascuno e, di comune accordo, continuare il cammino proposto. E per quanto non sia desiderabile, dobbiamo cercare un punto di conciliazione affinché, anche se scegliamo percorsi diversi, rimaniamo sulla stessa strada con il cuore integro e puro nei confronti dell’altro.
Come uomini e donne che cercano di vivere la volontà di Dio sulla terra, è imperativo entrare in questo luogo in cui non sempre vedremo tutti la stessa scena, dopotutto, anche se siamo sulla stessa strada, possiamo trovarci in fasi diverse di questo viaggio e, in base all’identità e alla rivelazione personale per una determinata stagione, è possibile che abbiamo punti di vista diversi, senza necessariamente contraddire le Scritture, e questa comprensione nell’amore del posto dell’altro deve essere ricercata, soprattutto quando questo conflitto richiede un atteggiamento pratico.
Per alcuni di coloro che sono disposti a vivere questa dichiarazione di fede come chiesa con noi, potremmo avere qualche momento di conflitto, e se questo ci porterà a quel luogo di separazione, vogliamo affermare in anticipo il nostro desiderio di rimanere uniti in Gesù, seguendo la verità nell’amore, indipendentemente dalla forma e dal percorso che ciascuno di noi intraprenderà.
L’amore è ciò che ci unisce, e dove c’è Lui, c’è libertà, e con essa la chiarezza che ciò che ci unisce può anche essere ciò che ci separa: il desiderio di vivere ciò che il Signore sta dicendo.
Che il Signore ci benedica, riversi su di noi la sua grazia e ci renda capaci di vivere in modo integro e vero i pilastri della fede esposti in questa dichiarazione. Se desiderate saperne di più, inviateci un messaggio e saremo lieti di metterci in contatto con voi.
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